MARIO BERGAMO : UN CAMPIONE DEL BENE COMUNE – PARTE I

FU L’ULTIMO SEGRETARIO NAZIONALE DEL PARTITO REPUBBLICANO SOTTO LA MONARCHIA

Tra le pagine più importanti del repubblicanesimo italiano ci piace ricordare una figura spesso dimenticata ma che è ancora un esempio di intransigenza e moralità.

Si tratta di un giovane fervente mazziniano vissuto nella prima parte del secolo scorso, costretto ad affrontare uno dei periodi più oscuri del nostro Paese rappresentato dal ventennio fascista.

Parliamo di Mario Bergamo che il destino ha voluto fosse anche Segretario nazionale del Partito repubblicano italiano per un breve periodo,  prima che il partito entrasse in clandestinità.

Mario Bergamo era nato a Montebelluna, l’8 febbraio 1892. Mentre studiava Giurisprudenza all’Università di Bologna si distinse per la sua attività politica insieme a Pietro Nenni e nel 1912 fondò l’Alleanza Repubblicana.

A distanza di un secolo il suo pensiero, che allora ruppe tutti gli schemi,  è tragicamente e spaventosamente attuale.
Non era un comunista ma fece della giustizia sociale il punto su cui girò la sua visione e azione politica e caratterizzò il suo “Lineamenti di Programma Repubblicano”.
Nei corsi di Etica Pubblica dell’Università di Padova è annoverato tra i “Campioni del Bene Comune”.

Impegnato sul piano civile, sociale e politico fin dalla giovinezza ( insieme al fratello Guido organizzò gli scioperi delle filande di Crocetta del Montello, difendendo il lavoro femminile in luoghi dove la tubercolosi faceva stragi).
E’ del 1913, ad appena 21 anni, il saggio PAROLA ALLE DONNELa donna non è un essere inferiore ma inferiorato”…”donne di tutto il mondo, agitatevi ma educatevi! Chè male tenta la conquista del regno della libertà colui che in essa si troverebbe nel disagio che dà l’impotenza!”…”la base della rivoluzione che condurrà la donna al suo destino sarà gettata dalla educazione. Già, rivoluzione politica o sociale a poco arriva quando non sia preceduta o completata da quella morale. Il diritto muta soltanto l’esteriorità; la morale muta l’essenza, imperando anche su sé stessi..”

Nel 1919, con Luigi Arpinati, Pietro Nenni ed il fratello Guido aveva aderito al primo Fascio di Combattimento, allontanandosene un anno dopo, deluso dall’intiepidirsi delle istanze  repubblicane e per gli equivoci contatti che gli esponenti dei fasci avevano con alcuni ambienti capitalistici.
Fu protagonista della campagna a favore della attività cooperativistica di Giuseppe Massarenti a Molinella, sostenne i gruppi dannunziani-deambrisiani nel periodico “La Riscossa dei Legionari Fiumani”.

Nelle elezioni politiche del 1924 venne eletto alla Camera del Regno  e creò all’interno del Partito Repubblicano una corrente riformista e rinnovatrice detta dei “Bergamini” o del “Repubblicanesimo Sociale”  [Lineamenti di Programma Repubblicano] che lo portò ad essere nominato Segretario Nazionale del Partito Repubblicano che da quel momento , con lui al vertice, adottò una linea intransigente e attraverso la “Voce Repubblicana” Mario Bergamo diviene uno dei più duri oppositori di Mussolini.

Fu perciò l’ultimo Segretario del Partito Repubblicano sotto la Monarchia.
Fu contrario alla Secessione dell’Aventino, sostenendo che il Fascismo andava combattuto con forza sino alla sua caduta e propose la costituzione di un partito Repubblicano Socialista – delle due l’una o i Repubblicani dovevano socialistizzarsi o i socialisti, che non avevano preso le distanze dalla Monarchia, dovevano repubblicanizzarsi-.
Il suo studio di Bologna di via Foscherari, fu devastato , fatto saltare in aria e lui stesso perseguitato, malmenato, manganellato dagli squadristi che non gli lesinarono nemmeno l’olio di ricino e l’umiliazione di essere esposto nudo, dopo essere stato  malmenato  in vetrina al Diana, il famoso ristorante sotto i portici di via Indipendenza a Bologna, affinché fosse di monito per tutti cosa significasse opporsi al regime.
Nel 1926 , a seguito dell’attentato a Mussolini di fine ottobre, e alla uccisione per ritorsione del giovane Zamboni, Bergamo fu ingiustamente additato quale mandante morale, e poiché ricercato dagli squadristi che lo avrebbero assassinato, dovette fuoriuscire e insieme a Ferruccio Parri e a Pietro Nenni, via Lugano, raggiunse Parigi, ed iniziò ad organizzare con grande forza ed incisività tutta la sua attività contro il Regime Fascista.
Alla umiliante disoccupazione iniziale, sarebbe succeduta nel 1930 l’assunzione alle Messaggerie Hachette, impiego abbandonato volontariamente nel 1940  per non sottostare al nuovo padrone, il sopraggiunto tedesco invasore.  Ed è proprio in quel momento che si rimise a fare, per così dire, l’avvocato, per assistere e sottrarre alle persecuzioni sia gli antifascisti che gli ebrei d’ogni dove, indifferente alle minacce e al rischio per la propria vita.
“Irriducibile ma inappuntabile”, lo catalogò Mussolini e i gerarchi che pure tentarono di lusingarlo ad un onorevole rimpatrio “in extremis”, proponendogli la stesura della Costituzione della Repubblica Sociale. “L’espressione è vostra!” gli fa dire Mussolini da Farinacci ….Ma Mario Bergamo rifiutò rispondendo che  in Italia sarebbe tornato solo in testa a tutti i fuoriusciti e che si sarebbero piuttosto rivisti a “Sant’Elena”….
La figura di Mario Bergamo, esule incorruttibile, merita di essere ricordata per la sua dirittura morale, per la sua coerenza e per il suo indiscutibile amore per l’Italia.
Un uomo che ha pagato in proprio, un uomo in cui si sono continuati i valori più genuini, gli ideali del nostro Risorgimento. Un uomo il cui pensiero fotografa con incredibile lucidità i problemi dell’Italia e delle Nazioni Europee di allora ma precorrendo con la sua visione politica e sociale talmente i tempi che a distanza di quasi un secolo sono più che mai attuali.

 

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