150 ANNI FA LA SCONFITTA DELLA REPUBBLICA

Il 20 settembre del 1870 l’esercito sabaudo entrò a Roma attraverso la Breccia di Porta Pia.

Se invece dei bersaglieri il 20 settembre a Roma fossero entrati i garibaldini la storia dell’Italia sarebbe stata diversa e forse la Repubblica italiana sarebbe nata 80 anni prima.
Per i repubblicani pur essendo una importante data storica per la vittoria della laicità, non rappresenterà mai la conclusione della battaglia risorgimentale e delle gloriose vicende che hanno visto protagonisti e vittime centinaia di patrioti alla ricerca della libertà e della democrazia. 

Questa data rappresenta il coronamento del sogno dello Stato nazionale ed indipendente e la fine del sogno di migliaia di eroi e patrioti italiani uccisi da altri italiani a causa delle loro aspirazioni democratiche e repubblicane.

Il 20 settembre del 1870 non ci sarebbe mai stato senza il 9 febbraio 1849, che ricorda la nascita della Repubblica romana, avvenuta dopo lunghi e tormentati anni di battaglie ideali e militari.

Fu quella sicuramente la vicenda più gloriosa del Risorgimento e la prima importante esperienza veramente democratica costruita sul suffragio universale, riferimento di libertà e democrazia per tutte le città italiane ancora sotto il giogo delle tirannie, soprattutto quella austriaca.

I romani sotto la guida di Giuseppe Mazzini elessero un’Assemblea Costituente che approvò la Costituzione Repubblicana, una delle più avanzate dell’epoca, che affidò la sovranità al popolo e tracciò il percorso che porterà quasi cento anni dopo alla nascita della Repubblica italiana.

Il sogno di Giuseppe Mazzini, che non aveva mai smesso di lottare per liberare Roma dal papato e conquistarla alle ragioni della Repubblica, si era realizzato.

Un sogno però traumaticamente interrotto dopo soltanto cinque mesi, dall’intervento dell’esercito francese, giunto in aiuto del Papa.

L’aspirazione più grande di Mazzini, quella dell’unità d’Italia e della costruzione di uno Stato indipendente, democratico e repubblicano era ormai entrata nei cuori e negli animi di migliaia di giovani mazziniani che operavano in tutta la penisola, molto spesso a rischio della propria vita.

Anche Cavour lavorava ad uno Stato unitario indipendente ma non repubblicano ed in questo senso continuava ad annettere alla monarchia interi territori.

Ma aveva bisogno di liberarsi dell’Austria e ci riuscì grazie ad un accordo con la Francia la quale alla prima occasione intervenne militarmente in aiuto del Piemonte.

Nella primavera del 1860, l’insurrezione  in Sicilia contro i Borboni ed il soccorso dei Mille di Garibaldi creò le premesse per l’unità d’Italia.

Dalla Sicilia Garibaldi iniziò a risalire la penisola sconfiggendo dappertutto l’esercito borbonico e, memore della Repubblica romana,  avrebbe voluto arrivare a Roma per rinnovarne la vicenda.

La monarchia, preoccupata di un nuovo intervento francese a favore del Papa, lo era ancor di più per le idee repubblicane che si erano ormai diffuse in tutta la penisola, temendo che potessero prendere il sopravvento e riuscire nell’impresa di costituire una Repubblica nell’Italia meridionale.

Il re Vittorio Emanuele II incontrò Garibaldi a Teano il 26 ottobre del 1860  e gli chiese di rinunciare ai suoi propositi.

Il generale cedette le sue conquiste alla monarchia che, nel febbraio del 1861, proclamò il nuovo Regno d’Italia che si estendeva ora in gran parte della Penisola, mancavano il Veneto ancora sotto l’Austria e lo Stato pontificio.

Dopo l’unità d’Italia del 1861 era ancora viva la questione romana. Roma doveva essere recuperata alla nazione, ma la permanenza delle truppe francesi rendeva l’obiettivo al momento irraggiungibile.

Roma era di per sé destinata a diventare  la capitale d’Italia e Cavour lo aveva anche dichiarato pubblicamente nel marzo del 1861 esprimendo la necessità di avere la città come capitale del Regno.

Nemmeno Garibaldi era soddisfatto della conclusione della vicenda perché riteneva un’anomalia lo Stato unitario senza Roma e, sostenuto tacitamente dal governo, l’anno successivo,  si recò nuovamente in Sicilia per organizzare una nuova spedizione contro lo Stato pontificio al grido “ O Roma o morte”.

Fu però bloccato in Aspromonte dalle truppe inviate da quello stesso governo.

Dopo l’unità d’Italia, la situazione economica e sociale del Paese era molto difficile,  dovuta anche alla introduzione della tassa sul macinato.

Era peggiorata anche la situazione del mezzogiorno d’Italia, soprattutto perché l’avversione della popolazione contro il governo piemontese aveva portato alla diffusione del fenomeno del brigantaggio che minacciava l’avvenuta unificazione, tanto da costringere il governo ad inviare le proprie truppe.

Si stavano creando nuovamente le condizioni favorevoli per poter coinvolgere tutto il popolo in una insurrezione.

Mazzini protestava contro l’occupazione francese di Roma non solo in Italia ma anche presso le ambasciate degli altri Paesi europei.

Aveva sperato inutilmente che alle sue proteste contro il governo si potesse unire la sinistra parlamentare di Crispi che invece spiegò la sua posizione con il motto : la monarchia ci unisce, la repubblica ci divide”.

Dall’estero Mazzini continuò ad operare al suo obiettivo di liberare Roma.

Nel 1866 fondò un nuovo partito Alleanza Repubblicana Universale con il quale intendeva riprendere il percorso della Giovine Europa e diffondere le sue idee in Italia ed in Europa.

Nel frattempo Garibaldi tentò nuovamente di arrivare a Roma, sicuro che questa volta il re non l’avrebbe fermato. Ma il 3 novembre del 1867 fu bloccato a Mentana dai francesi che erano a difesa dello Stato pontificio.

Dopo la sconfitta di Mentana, i rapporti di Garibaldi  con i repubblicani di Mazzini erano diventati complicati perché riteneva che sarebbe stato molto difficile attuare il progetto mazziniano di conquistare Roma e di insediare la Repubblica in contrasto con la monarchia sabauda.

Mazzini, da Lugano, nel 1869 cercò di organizzare delle insurrezioni in alcune città ma, dopo i fallimenti degli anni precedenti e senza la guida di Garibaldi che era sorvegliato a Caprera, l’impresa diventava veramente difficile.

C’erano comunque forti nuclei di mazziniani organizzati a Grosseto, La Spezia, Milano e a Genova pronti ad agire alla minima scintilla.

A Milano alcuni tentativi isolati furono però tempestivamente soffocati dall’esercito che arrestò i rivoltosi.

Mentre notizie confortanti arrivavano dalla Sicilia e dalla Calabria che fremevano e allora Mazzini pensò che forse l’insurrezione sarebbe potuta partire proprio dal Sud.

Rivolse un appello inascoltato a Garibaldi per mettersi alla testa dell’impresa e, nell’estate del 1871, il patriota genovese si imbarcò per la Sicilia, ma il 14 agosto, prima di mettere piede a Palermo, fu arrestato e condotto al carcere di Gaeta.

Mazzini era certo che la Monarchia lo avesse arrestato perché temeva che, anche senza Garibaldi, sarebbe riuscito ad arrivare a Roma con i suoi adepti.

Dal carcere seppe della presa di Porta Pia da parte dell’esercito italiano.

L’occasione per occupare Roma fu offerta alla monarchia dal crollo improvviso dell‘impero francese battuto dalla Prussia il 19 luglio 1870, e della caduta di Napoleone.

I francesi abbandonarono lo Stato Pontificio e fu gioco facile per il re Vittorio Emanuele II, conquistare Roma. Il 20 settembre del 1870 le truppe italiane guidate dal generale Cadorna assediarono la città e,  dopo un breve cannoneggiamento, entrarono dalla breccia di Porta Pia.

Mazzini accolse la notizia con grande tristezza perché avrebbe preferito che a Roma fosse entrato il popolo italiano e non i soldati del re e perché aveva compreso che erano crollate le ultime speranze di vedere la nascita della repubblica italiana.

Giudicò quel 20 settembre come una data fatale nella quale cessava ogni spiraglio democratico.

La nuova Italia non era repubblicana ma monarchica e pur, non perdendo mai le speranze di vedere i cittadini di Roma ribellarsi, Mazzini era cosciente che questi non l’avrebbero seguito in altre iniziative perché si erano accontentati che Roma non fosse più sotto il giogo del Papa.

Se invece dei bersaglieri il 20 settembre a Roma fossero entrati i garibaldini la storia dell’Italia sarebbe stata diversa e forse la Repubblica italiana sarebbe nata 80 anni prima.

La monarchia fece proclamare il 20 settembre festa civile e soltanto con Crispi divenne festa nazionale, abolita successivamente dal fascismo.

Per i repubblicani, invece, pur essendo una importante data storica per la vittoria della laicità, non rappresenterà mai la conclusione della battaglia risorgimentale e delle gloriose vicende che hanno visto protagonisti e vittime centinaia di patrioti alla ricerca della libertà e della democrazia.

Soltanto con la nascita della Repubblica nel 1946 i repubblicani placheranno parzialmente i loro animi, ma la battaglia della laicità dello Stato a tutt’oggi non è ancora completamente vinta.

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